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Lavoro ed inclusione: le belle parole non bastano
L’inclusione si misura nei posti di lavoro, non nelle richieste di finanziamento: ne è convinto il Team K, che relativizza la narrazione trionfale delle assessore provinciali Pamer e Amhof in materia di lavoro e disabilitá.
Attualmente, le due assessore descrivono un quadro di successo del modello altoatesino di inclusione lavorativa. I singoli casi positivi meritano certamente un riconoscimento. Tuttavia, non devono farci dimenticare che la realtà di molte persone con disabilità è decisamente più complessa e problematica.
«Una convenzione non è un contratto e un tirocinio non è un posto di lavoro. Ciò che conta è quante persone riescono effettivamente ad arrivare al mercato del lavoro ordinario e a rimanervi stabilmente», sottolinea Alex Ploner del Team K.
La Giunta provinciale parla di circa 200 inserimenti lavorativi all’anno e definisce il settore del commercio e dei servizi particolarmente inclusivo. Allo stesso tempo, le risposte alle interrogazioni presentate dal Team K in Consiglio provinciale restituiscono un quadro più articolato: negli ultimi cinque anni, nel settore del commercio e dei servizi sono stati conclusi 55 percorsi individuali di inserimento lavorativo finalizzati all’assunzione. Di questi, solo 34 hanno effettivamente portato a un rapporto di lavoro regolare. Particolarmente critica è la situazione nel settore alberghiero e della ristorazione, uno dei comparti economici più importanti dell’Alto Adige. In cinque anni, soltanto 16 persone hanno completato un percorso di inserimento lavorativo. Successivamente sono state assunte otto persone, di cui una sola con un contratto a tempo indeterminato. Parallelamente, solo negli anni 2025 e 2026, complessivamente 334 imprese del settore alberghiero e della ristorazione hanno richiesto finanziamenti nell’ambito del programma ProAbility.
«Quando centinaia di aziende richiedono finanziamenti, ma solo poche persone con disabilità riescono a ottenere un’occupazione stabile, dobbiamo mettere criticamente in discussione l’efficacia di queste misure. A ciò si aggiunge il fatto che in Alto Adige quasi 1.000 persone sono accolte in laboratori protetti e centri diurni socio-pedagogici. La domanda decisiva è quindi: quante di queste persone riescono realmente a passare al mercato del lavoro ordinario, con una retribuzione adeguata e una tutela previdenziale?», si chiede Ploner.
Non va inoltre dimenticato che l’occupazione delle persone con disabilità non è soltanto una questione di volontarietà. Le aziende al di sopra di una determinata dimensione sono soggette, ai sensi della legge n. 68/1999, all’obbligo di assunzione. L’inclusione, quindi, non è soltanto una responsabilità sociale, ma anche l’attuazione di un diritto alla partecipazione alla vita lavorativa sancito dalla legge.
Anche l’aumento annunciato dei compensi per i progetti di inserimento e integrazione lavorativa, fino a un massimo di 650 euro mensili, viene valutato criticamente da Alex Ploner: «650 euro non garantiscono l’autonomia economica. La stessa Giunta provinciale chiarisce che non si tratta di salari, bensì di compensi socio-pedagogici. Chi parla di vera inclusione deve creare prospettive di occupazione ordinaria e di un reddito sufficiente a garantire una vita dignitosa».
«Abbiamo bisogno di meno autocompiacimento e di maggiore onestà. Non è decisivo quanti progetti vengono avviati o quanti finanziamenti vengono erogati. Ciò che conta è quante persone con disabilità riescono a ottenere un posto di lavoro stabile e, con esso, la possibilità di condurre una vita realmente autodeterminata», conclude il Team K.



